Referendum Costituzionale

Al referendum di domenica 4 dicembre 2016ho deciso che voterò “si”. Una riforma che porti più vantaggi che svantaggi a me sta bene, indipendentemente da chi la promuove e da chi la osteggia.

Molti costituzionalisti hanno arricciato il naso. Loro l’avrebbero certamente scritta meglio. Questa riforma è frutto di un compromesso parlamentare tra le componenti che hanno deciso di parteciparvi. Come deve essere in una democrazia indiretta, si vota per ciò che è comparativamente meglio, perché la perfezione non sta sul menù.

Il primo punto a favore della riforma (sperando che non si annacqui troppo la legge elettorale) è la promessa di stabilità politica durante le legislature. I famosi e infallibili “padri costituenti” hanno posto a cinque anni la durata di un ciclo legislativo, ma avrebbe dovuto essere di un lustro anche la durata del ciclo governativo. Questo avrebbe permesso – come avviene in buona parte del resto del mondo – ai governi di introdurre le misure necessarie, ma impopolari nei primi due anni di legislatura per arrivare alle elezioni successive cogliendone i frutti. In Italia invece abbiamo avuto nel dopoguerra 63 governi, con una durata media di 1 anno e 45 giorni. Ecco perché una necessaria riforma delle pensioni è stata rimandata di venti anni e poi introdotta frettolosamente da un governo tecnico. Chiediamoci come mai le nazioni europee comparabili sono cresciute di più in questi anni.
Di questo elemento della riforma le opposizioni parlano come di “deriva autoritaria” e il governo pare vergognarsi a parlarne. Io invece la accolgo con piacere. Vorrei che chiunque venisse eletto – si anche … chiunque – si dovesse prendere la responsabilità dei risultati in capo a 5 anni. Le chiacchere e le scie chimiche volerebbero un po’ più basse.

Il secondo è il riequilibrio delle competenze tra stato e regioni. Sacrosanto. In un periodo in cui ho operato in seno a Confindustria ho avuto modo di riscontrare una delle assurdità della precedente devoluzione alle regioni, quella del commercio con l’estero, frutto di inefficienze e sprechi, con comitive regionali in giro per il mondo senza alcuna competenza sul commercio e di conseguenza con nessun beneficio per le aziende dei loro territori e per i loro contribuenti e cittadini.

La riduzione del numero dei senatori e l’eliminazione del CNEL, tanto sbandierati dal nostro presidente del consiglio, sono misure sicuramente positive, ma di priorità enormemente inferiore a quanto descritto sopra.
I risparmi direttamente legati al referendum? Risibili rispetto a quanto potrebbe portare la stabilità di governo.
E il fatto che non voteremo più per eleggere il senato? Vi do una notizia. Con la riforma il senato non esiste più (votiamo il nulla?). In compenso chiameremo “senato” un organo che ha molte similitudini con la odierna “conferenza stato-regioni” (che non mi pare io abbia mai eletto direttamente)

Qui un link ad un articolo interessante per chi volesse approfondire alcuni argomenti: http://www.ilpost.it/2016/12/02/bufale-referendum/

Autore: Michele Schweinöster

Manager internazionale con profonda conoscenza degli ambiti dei beni durevoli di consumo e delle macchine, funzionalmente esperto nelle aree di service, logistica e vendite.

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